Archivi per la categoria: Filosofia

Il sapere di dover morire

Tutti i viventi, umani e non umani, muoiono. Ma solo gli umani, sostiene Borges, sono mortali. Il motivo? Siamo gli unici ad avere consapevolezza della nostra morte. Ciò che ci rende mortali non è la morte ma il sapere di dovere morire. Religioni e riti hanno qui la loro matrice naturale. Inevitabilmente, tutti — credenti e non credenti, teologi e scienziati, colti e incolti — ci interroghiamo sulla morte. Sull’argomento è da poco in libreria il libro di un non credente militante, Edoardo Boncinelli. Il titolo è già un programma, Io e Lei. Oltre la vita (Parma, Ugo Guanda Editore, 2017, pagine 192, euro 14). Lei è la morte.

di Franco Lo Piparo | osservatoreromano.va | 23 giugno 2017

Per Gramsci la religione è necessaria

«La religione è un bisogno dello spirito. Gli uomini si sentono spesso così sperduti nella vastità del mondo, si sentono così spesso sballottati da forze che non conoscono, il complesso delle energie storiche così raffinato e sottile sfugge talmente al senso comune, che nei momenti supremi solo chi ha sostituito alla religione qualche altra forza morale riesce a salvarsi dallo sfacelo».

di Franco Lo Piparo | osservatoreromano.va | 26 aprile 2017

Amoris Laetitia: la nota “a luci rosse” di san Tommaso d’Aquino che non avete letto

Mi ha fatto sorridere un po’ lo zelo con cui la mia amica Paola mi ha mandato il link all’articolo del padre domenicano Christian M. Steiner intitolato “Amoris Lætitia scandalosa: una nota a luci rosse in latino”. «Perbacco! – mi sono detto – e sì che le note mi pareva di averle scorse tutte! Andiamo a vedere di che si tratta…». Ed era la stringatissima nota 145, tenuta in latino senza traduzione (come tutte le altre). L’ho riletta stupendomi del mio non essermi stupito alla prima lettura: sì, è vero che San Tommaso d’Aquino è perfettamente privo di complessi, e dunque quando parla di sessualità lo fa con la serena lucidità con cui esporrebbe un teorema geometrico… ma è vero pure che in genere non siamo abituati a sentir parlare di sesso in questi termini.

di Giovanni Marcotullio | it.alet| 4 aprile 2017

  1. Kierkegaard-La malattia mortale-Esordio.

«Questa malattia non è mortale» (Giov. XI, 4). Eppure Lazzaro morì; e siccome i discepoli fraintesero ciò che Cristo aggiungeva più tardi: «Lazzaro, nostro amico, dorme; ma io vado per svegliarlo dal sonno» (XI, Il), Egli disse loro apertamente: «Lazzaro è morto» (XI, 14). Lazzaro, dunque, è morto, eppure questa malattia non era mortale; egli era morto, eppure questa malattia non è mortale. Sappiamo bene che Cristo pensava al miracolo che ai contemporanei, «in quanto potevano credere, avrebbe fatto vedere la gloria di Dio» (XI, 40), quel miracolo col quale egli risuscitò Lazzaro dai morti, cosicché «questa malattia» non solo non ebbe per fine la morte, ma, come Cristo prediceva, «la gloria di Dio, affinché il Figlio di Dio fosse glorificato per essa» (XI, 4): ah, ma quand’anche Cristo non avesse risuscitato Lazzaro, non è vero ugualmente che questa malattia, che la morte stessa non è mortale? Quando Cristo si accosta alla tomba, chiamando ad alta voce: «Lazzaro, vieni fuori!» (XI, 43) è evidente che «questa» malattia non è mortale. Ma anche se Cristo non lo avesse detto, il solo fatto che Egli, «la resurrezione e la vita» (XI, 25), si accosta alla tomba non significa che questa malattia non è mortale? E che vantaggio sarebbe stato per Lazzaro essere risuscitato dai morti giacché alla fine egli dovrà pure morire, che vantaggio sarebbe stato se non c’era Lui, Lui, la resurrezione e la vita per chi crede in Lui? No, non è perché Lazzaro fu risuscitato dai morti che si può dire che questa malattia non è mortale; è perché c’è Lui che questa malattia non è mortale. Infatti, umanamente parlando, la morte è la fine di tutto e, umanamente parlando, c’è speranza soltanto finché c’è vita. Cristianamente intesa, invece, la morte non è affatto la fine di tutto; anch’essa è soltanto un piccolo avvenimento compreso nel tutto che è la vita eterna; e, nel senso cristiano, c’è infinitamente più speranza nella morte che non, parlando in modo meramente umano, dove c’è non solo la vita, ma una vita in piena salute e forza.
Intesa cristianamente, dunque, neanche la morte è «la malattia mortale», e tanto meno tutto ciò che si chiama sofferenza terrestre e temporale: povertà, malattia, miseria, tribolazione, avversità, tormenti, pene dell’anima, lutto, affanno. Anche se una pena fosse tanto grave e tormentosa da far dire a noi uomini o almeno a chi ne soffre: «Questo è peggio della morte», tutto ciò che, in quanto non è malattia, può essere paragonato a una malattia, non è, nel senso cristiano, la malattia mortale.
Con un coraggio così alto il cristiano ha imparato a pensare di tutte le cose terrestri e mondane, compresa la morte. È pressappoco come se il cristiano dovesse insuperbirsi, elevandosi così fieramente sopra tutto ciò che altrimenti l’uomo chiama disgrazia. sopra ciò che altrimenti l’uomo chiama il più gran male. Ma poi il cristianesimo, a sua volta, ha scoperto una miseria di cui l’uomo come tale ignora l’esistenza: questa miseria è la malattia mortale. Tutte le cose più spaventose che l’uomo naturale può enumerare — quando le ha enumerate tutte e non sa più indicarne alcuna – tutte queste cose per il cristiano sono come uno scherzo. Questa è la differenza tra l’uomo naturale c Il cristiano; è come quella che corre tra un bambino e un uomo: ciò che spaventa il bambino l’uomo ritiene che non sia nulla. Il bambino non sa che cosa è il terribile; lo sa l’uomo, e se ne spaventa.
L’imperfezione del bambino, in primo luogo, è quella di non conoscere il terribile, la quale implica poi l’altra di spaventarsi di ciò che non è terribile. E questo vale anche per l’uomo naturale: egli ignora che cosa sia in verità il terribile, ma non per questo è liberato dallo spavento; no, egli si spaventa di ciò che non è il terribile. È come nel rapporto del pagano con la divinità: egli non conosce il Dio vero, ma non basta; venera come Dio un idolo.
Soltanto il cristiano sa che cosa si deve intendere per malattia mortale. Egli, come cristiano, ha acquistato un coraggio che l’uomo naturale non conosce: questo coraggio lo acquistò imparando a temere quello che è ancora più terribile. È sempre in questo modo che l’uomo acquista coraggio; quando si teme un pericolo maggiore, l’uomo ha sempre il coraggio di affrontarne uno minore; e quando un pericolo si teme infinitamente, è come se gli altri non esistessero affatto. E il terribile che il cristiano ha imparato a conoscere è la «malattia mortale».

Non c’è più religione

«Non c’è più religione… Dio è morto». Lo sentiamo ripetere di continuo, e qualcuno di quelli che si lanciano in affermazioni del genere pretendono di avvalorarle anche con l’autorità dei fatti: quanti sono oggi, per dire, i neonati che vengono portati in chiesa per essere battezzati, e non è forse vero che il numero delle persone che frequentano la messa domenicale è in calo — perlomeno in Gran Bretagna o nei paesi nordici?… Questi dati vengono trascelti proprio con l’intento di appoggiare la tesi, e la loro reiterata ripetizione mira a far sì che, come accade con tutti gli altri pregiudizi, alla fine l’affermazione sia considerata ben fondata e creduta vera.

di Zygmunt Bauman | osservatoreromano.va | 16 gennaio 2017

Tommaso D’Aquino: una vita dinamica ricolma di santità

Tommaso nacque all’incirca nel 1225, nel castello di Roccasecca, in provincia di Frosinone. Suo padre Landolfo, un uomo di origine longobarda, rimasto vedovo con tre figli, si sposò in seconde nozze con Teodora, una donna napoletana di origine normanna. Il loro matrimonio fu molto fecondo: essi ebbero dalla loro unione nove figli, tra cui Tommaso.

di Osvaldo Rinaldi | zenit.org. | 28 gennaio 2017

Filosofia, si fa presto a dire PERSONA

Se una macchina può avere le stesse prestazioni di una persona umana media in certi compiti cognitivi, allora la macchina va giudicata non meno psicologica (o intelligente) della persona. È la premessa del famoso test di Turing, quello in cui un interrogante, che interagisce unicamente con tastiera e schermo, deve capire con chi sta dialogando: un suo simile o un computer? Se la macchina è in grado di ingannare per un certo tempo l’interlocutore umano, allora bisogna attribuire al computer la stessa mente che attribuiamo alle persone. Ma il computer che passasse il test di Turing sarebbe simile a una persona?

di Andrea Lavazza | avvenire.it | 19 agosto 2016

Il relativismo riuscirà a cancellare il sacro?

Con il libro “Dal mondo a Dio”, Maurizio Moscone risponde alle tesi di Friedrich Wilhelm Nietzsche e Gianni Vattimo, rendendo attuale il pensiero di San Tommaso D’Aquino.

di Antonio gaspari | zenit.org | 3 agosto 2016

Contro il pensiero ateo lo spirito vince

Mentre il secolo scorso si era aperto con movimenti filosofici – si pensi al positivismo, al pragmatismo, al marxismo e al persistente idealismo – che pretendevano di cancellare ogni spazio del sacro e di estirpare la stessa possibilità della domanda di senso religioso della vita, il nostro secolo si è aperto con una acuta consapevolezza dei fallimenti teorici e politici degli “assoluti terrestri”. E questo nell’orizzonte di una riconquista razionale della idea di “contingenza umana”.

di Dario Antiseri | avvenire.it | 30 luglio 2016

Cacciari: “Cristo ha rivoluzionato il mondo del sacro”

Il filosofo veneziano interviene alla manifestazione estiva sambenedettese “Piceno d’Autore”

Il filosofo Massimo Cacciari ha onorato con la sua presenza, per la terza volta consecutiva, l’estate sambenedettese. Il professore infatti è stato ospite del Circolo Nautico Sambenedettese nell’ambito della serata inaugurale della manifestazione Piceno d’Autore, che quest’anno ha come tema L’uomo, il sacro e il divino. L’incontro è stato introdotto da Mimmo Minuto, proprietario della libreria La Bibliofila e organizzatore di molti fra i più significativi eventi culturali in città, dall’Avv. Silvio Venieri, membro dell’associazione culturale I Luoghi della Scrittura, e dal Dott. Giovanni Desideri.

di Nicola Rosetti | zenit.org | 13 luglio 2016

Il membro della famiglia

Il matrimonio esalta e compie la differenza originale e originaria dei sessi. Così si diventa se stessi

Non c’è solo il sesso, dunque, anche l’ombelico è legato alla sessualità. Il primo segna la differenza sessuale; il secondo la differenza generazionale. Il primo mi rivela come maschio; il secondo come figlio. Ma figlio e figlia ci sono soltanto perché ci sono stati un uomo e una donna. La differenza sessuale genera la differenza generazionale. La differenza dei genitori e dei figli nasce dalla differenza del maschio e della femmina e dalla loro unione. E’ su questa differenza dei sessi che vorrei soffermarmi. Tale differenza costituisce una relazione assolutamente originale e fondatrice.

di Fabrice Hadjadj | ilfoglio.it | 11 Ottobre 2015

Caro Hawking, il Big Bang non esclude Dio

Dice ancora qualcosa il nome di Dio agli uomini di oggi? Secondo Nietzsche, poco o nulla. Lo stesso annuncio che «Dio è morto» è destinato a cadere nel vuoto. Magari tutti ripetono la frase a proposito di questo o di quello. Ma come se fosse un’ovvietà, una cosa scontata, di cui prendere atto per poi archiviarla senza farsi troppi problemi […].

di Sergio Givone | avvenire.it | 27 settembre 2015

La delusione di Origene

L’avvenimento centrale, nell’ambito dell’intera attività di Origene, fu il trasferimento da Alessandria a Cesarea di Palestina a seguito della condanna che Demetrio, il vescovo della metropoli egizia, gli aveva fatto infliggere per essere stato ordinato presbitero intorno al 233 da Teoctisto, vescovo di quella città palestinese, senza che egli lo avesse previamente autorizzato.

di Manlio Simonetti | osservatoreromano.va | 27 agosto 2015

Cioran ateo credente che spiava dio

​Vent’anni fa, il 20 giugno 1995, moriva a Parigi lo scrittore Emil Cioran. Sulle rive della Senna era approdato a 26 anni, nel 1937, dopo aver lasciato alle spalle la sua patria, la Romania, e la sua cittadina, Rasinari, un delizioso villaggio della Transilvania. Posto su un colle circondato da monti coperti di querce, faggi e pini, attraversato da un ruscello, pittoresco per il paesaggio, quel piccolo centro era marcato religiosamente da due chiese, l’una settecentesca, l’altra neoclassica dedicata alla Trinità, della quale era parroco suo padre. La lapidaria carta d’identità ideale di Cioran era, però, così scandita: «Io sono uno straniero per la polizia, per Dio, per me stesso». 

di Gianfranco Ravasi | avvenire.it | 19 giugno 2015

Il futuro dell’arte cristiana

Un confronto tra filosofia e politica sulla scia di Augusto Del Noce

Provare a fare un discorso sull’arte è, come abbiamo visto più volte in questa rubrica, molto complesso, parlare poi dell’arte cristiana in questo momento storico, sembra quasi impossibile, perché tra le pieghe della nostra contemporaneità aleggia un senso di disfatta, come se tutto ciò che ha una storia sia superato, passato e quindi “inattuale”. Il Cristianesimo stesso viene accusato di essere inattuale e superato, non solo la sua arte, e questo è facilmente riscontrabile nei fatti di cronaca e di politica nazionale ed internazionale che costantemente vengono diffusi dai mezzi d’informazione. Ma ciò che accade ora, nei nostri tempi, è realmente così radicalmente diverso da cinquanta o cento anni orsono? C’è qualcosa di utile che possiamo rintracciare per definire la condizione moderna e post-moderna, in modo tale da operare distinzioni per ripensare l’arte?

Roma,  09 Giugno 2015  (ZENIT.org)  Rodolfo Papa

Pascal e il Dio nascosto

Doveva essere una serrata Apologia del Cristianesimo e riuscì un insieme frammentario di acute meditazioni, lampi di moralista, sguardi sull’infinito, ma nulla di compiuto, quasi lo scrivere fosse l’intermittenza di un rivelarsi che continuamente s’allontana: «Scriverò qui i miei pensieri senza ordine, ma non forse in una confusione senza progetto. È questo il vero ordine, che impronterà il mio oggetto con il disordine stesso. Farei troppo onore al mio oggetto se lo trattassi con ordine, poiché voglio dimostrare che esso non ne è capace» [B373]; «Il caso fornisce i pensieri e il caso li toglie; non v’è arte alcuna né per conservarli né per acquisirli.

Carlo Ossola | avvenire.it | 4 maggio 2015

Quel “pizzico” di Hegel che c’è ancora in noi

Il pensiero di Hegel, snodo fondamentale del pensiero dell’Occidente, suscita facilmente delle resistenze. La verità di cui egli parla non è una verità rassicurante e appropriabile: è una verità che è generata, che si fa in una storia. La storia si struttura in un prima e in un poi. Il prima e il poi non costituiscono una semplice successione, ma un movimento di cui non dominiamo completamente l’origine e la legge.

di Gianfranco Dalmasso | ilsussidiario.net | venerdì 6 marzo 2015

Masullo: il nichilismo del vivere quotidiano
Aldo Masullo, tra i filosofi italiani più conosciuti sul piano internazionale, abita al Vomero di Napoli, in una casa-studio colma di libri e di rasserenante silenzio. A novantadue anni egli è ancora attivissimo, costantemente impegnato in conferenze, dibattiti, convegni, collaborazioni giornalistiche. Sta per uscire il suo ultimo libro: Stati di nichilismo (Edizioni Paparo, pagine 128, euro 12,00).
di Giorgio Agnisola,
avvenire.it,
21/02/15

«Dio è morto»? Lo diceva PLUTARCO
Vorrei cominciare da Plutarco (Cheronea, 46/48 d.C. – Delfi, 125/127 d.C.) questo nostro cammino, non perché Omero, Esiodo, Sofocle, Platone, Aristotele, Tucidide, Aristofane, eccetera, non rappresentino l’immenso retaggio che ci ha lasciato la civiltà e il pensiero greco; ma perché Plutarco, più di altri, ci segnala – quando già il mondo ellenico è nell’orbita romana – che ciò che noi oggi, nel XXI secolo, viviamo è lì da sempre; che la secolarizzazione, il venir meno di oracoli e di tradizioni, di culti e di certezze, non è il frutto maligno dell’oggi, ma un millenario processo ch’egli già contemplava, con apprensione e distacco: «E veramente quanti rapimenti, lunghe erranze, e nascondimenti di Dei, quante fughe religiose raccontano le favole, o cantano gli Inni sacri, propriamente non appartengono agli Dei […], ma se ne fa memoria per celebrare il potere e le virtù loro» (Del venir meno degli oracoli, cap. III).
di Carlo Ossola,
avvenire.it,
11/01/15

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