«Dio è morto»? Lo diceva PLUTARCO
Vorrei cominciare da Plutarco (Cheronea, 46/48 d.C. – Delfi, 125/127 d.C.) questo nostro cammino, non perché Omero, Esiodo, Sofocle, Platone, Aristotele, Tucidide, Aristofane, eccetera, non rappresentino l’immenso retaggio che ci ha lasciato la civiltà e il pensiero greco; ma perché Plutarco, più di altri, ci segnala – quando già il mondo ellenico è nell’orbita romana – che ciò che noi oggi, nel XXI secolo, viviamo è lì da sempre; che la secolarizzazione, il venir meno di oracoli e di tradizioni, di culti e di certezze, non è il frutto maligno dell’oggi, ma un millenario processo ch’egli già contemplava, con apprensione e distacco: «E veramente quanti rapimenti, lunghe erranze, e nascondimenti di Dei, quante fughe religiose raccontano le favole, o cantano gli Inni sacri, propriamente non appartengono agli Dei […], ma se ne fa memoria per celebrare il potere e le virtù loro» (Del venir meno degli oracoli, cap. III).
di Carlo Ossola,
avvenire.it,
11/01/15

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